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Andar per farmer’s market nel XXI secolo

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Farmer’s market?

Prendo un bel respiro e parto subito con i numeri, che, non essendo mai stati il mio forte, mi mettono sempre un po’ di ansia. Bene: dalle ultime ricerche emerge che quasi il 70% degli italiani sarebbe disposto a pagare di più per avere un alimento NATURALE (uso questa parola per semplificare, ben sapendo che gli aspetti della definizione sono molti e molto articolati).

Il 42% cerca alimenti sani, freschi, senza conservanti e di provenienza locale anche nella grande distribuzione. Inoltre, 4 italiani su 10 dichiarano di fare preferibilmente, o di fare esclusivamente, i propri acquisti di prodotti freschi presso i MERCATINI DEL CONTADINO, con un aumento costante di questo dato negli ultimi cinque anni. Il 65% preferisce fare la spesa in negozi che assicurino prodotti bio e ogm free.

Visti questi dati viene spontaneo interpretare l’Italia come un paese dove salute, benessere fisico e mentale e sostenibilità ambientale siano il primo pensiero di … praticamente tutti. In realtà non è proprio così, ma si può dire che “ci stiamo lavorando” e che le cose procedono con un certo successo, considerando che da nord a sud della penisola sono circa diecimila i punti vendita ufficiali (mercatini settimanali, bancarelle fisse e botteghe) gestiti direttamente da aziende agricole e coltivatori diretti, che operano sotto l’ala di Coldiretti o di Slow Food.

I farmer’s market (mercatini del contadino) in Italia esistono da meno di dieci anni; è solo del 2007 infatti la legge che ha regolamentato questo tipo di commercio e, oltre all’accesso a prodotti freschi e di produzione locale, consentono quella cosa bellissima che è la chiacchiera. Nessuno si metterebbe a far domande a un addetto di un supermercato, affannato e stanco, che sistema razionalmente e in fretta sacchi di patate e vassoi di pesche sui banconi per poi fuggire nella grotta del magazzino, protetta da una porta di plastica. Al mercatino, invece, si può – e si deve – chiedere a chi vende notizie della merce!

Come si chiama quella varietà di mele, che tecniche si coltivazione o allevamento sono state utilizzate, come si cucina quel determinato ortaggio o come si abbina quel formaggio; insomma quelle domande che consentono di essere informati e di instaurare con l’ortolano, l’apicoltore, il macellaio, il venditore di formaggi un rapporto diretto che “fa la differenza”.

A frequentare questo genere di mercati (ancora numeri e statistiche!) sono persone mediamente tra i 35 e i 65 anni con un grado di istruzione superiore e ciò avviene con maggiore frequenza nella grandi città, Milano e Roma ad aprire la strada. Che sia, quindi, un fenomeno di moda e un po’ snob più che un vero passo avanti verso un “mondo migliore”?

Allora facciamo un passo indietro … Siamo bambini all’inizio degli ANNI ’70 a Milano: mamma ci spedisce alla bottega sotto casa a prendere il latte e il pane. Il pane è la michetta, il latte è della Centrale del latte di Milano e le mucche pascolano non più in là di Lodi. Nei mercoledì senza scuola accompagniamo la nonna dal suo ortolano, che ha i campi tra Bergamo e Brescia, e dal furmagiatt, che conduce un caseificio a Monate (Varese). È il tempo in cui ci si meraviglia di vedere sulle bancarelle le prime cime di rapa o gli esoticissimi fichi d’india, perché “vengono da lontano”.

Ora andiamo avanti veloce per, diciamo, venticinque anni: eccoci in fila al supermercato, stanchi, in una piovosa sera di novembre – siamo sempre a Milano, sì – con un carrello pieno più di plastica che di vero cibo. Quello che mangiamo proviene da ovunque nel mondo, ci stiamo globalizzando e delocalizzando.

Eccoci a OGGI: acchiappiamo borse di paglia e cotone e ci dirigiamo – magari in bicicletta – al più vicino mercato del contadino. Perdiamo un po’ di tempo, incontriamo qualche amico, scopriamo un varietà di cipolle che non avevamo mai visto. Poi andiamo a casa e cerchiamo di cucinare qualcosa di saporito, magari recuperando qualche ricetta di famiglia.

 

Siamo alla moda? Se sì, trovo che una volta tanto sia una moda buona. Che ci riporta sulla terra e, soprattutto, alla terra. Il valore aggiunto del “mercato del contadino” è decisamente questo: abbiamo la possibilità di riavvicinarci alla terra in modo consapevole, sostenendo le produzioni locali e soprattutto l’economia locale in un circolo virtuoso di ricadute positive. E lo possiamo fare senza estremi sacrifici, tranne quello di privarci delle melanzane in dicembre o dei carciofi in agosto o di rischiare di rompere qualche uovo, perché lo portiamo a casa senza il contenitore di plastica.

Crisitana Grassi ake di Orata Spensierata

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