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Senza veli

My Funny 50's
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Banale. Non c’è come l’esperienza diretta per apprendere e capire. Ho portato l’HIJAB, il velo imposto alle donne dalla legge della Repubblica islamica dell’Iran, per nove giorni e quel pezzo di stoffa posato sul capo a coprire i capelli mi ha cambiata. Non starò a disquisire sulla libertà di scelta delle donne, il significato religioso del velo, quello politico, i contrasti e le diffidenze che nascono in Europa quando le donne islamiche rivendicano il diritto a indossarlo. Racconterò la mia esperienza, che come tale è personale, unica.

L’IRAN è stato la meta da sogno per anni, attirata dal viaggio di Alessandro il Macedone, dalla cultura persiana e, in tempi più recenti, dall’importanza assunta dalla repubblica islamica nello scacchiere geopolitico. Fino a oggi mi aveva tenuta lontana da Persepoli e dalle moschee di Isfahan anche una certa riluttanza a farmi imporre il velo, che alla fine ho superato pensando che, comunque, chi viaggia in modo consapevole adotta sempre alcune regole per l’abbigliamento, utili a passare inosservata, ad avere una mise adatta a visitare luoghi di culto, ad essere comoda e pratica. In più, viste le temperature rigide, pensavo che avere la testa coperta non sarebbe stato sgradevole. Per questo, quando all’atterraggio a Teheran è stato fatto un annuncio specifico, per ricordare alle donne che “la legge della repubblica islamica dell’Iran prevede che le donne abbiano il capo coperto” ho tirato fuori dal bagaglio a mano il velo e la casacchina ampia per coprire le forme come fossero un accessorio indispensabile, come la camicia bianca a maniche lunghe nei Paesi dove si vogliono evitare le punture di insetti. Certo, il repentino armeggiare con sciarpe, fazzoletti e capelli delle passeggere prima di scendere dall’aereo era ridicolo, ridicola l’idea che gli uomini, fino a quel momento esposti a ricci, frange, chignon e mèches, dovessero essere improvvisamente protetti da quelle pericolose tentazioni sessuali.

E anche i primi giorni sono stati un po’ un gioco. Mi guardavo intorno per osservare le mille fogge con cui le donne iraniane indossano il VELO: dalle nere figure coperte fino ai piedi dal chador, tenuto stretto sotto il collo con una mano, ai veli vezzosi delle ragazze di Teheran, che lasciano sfuggire dal bordo un ricciolo a incorniciare l’ovale del viso, o poggiano fazzoletti colorati su chignon altissimi. Dopo il primo giorno che ho messo il velo un po’ a casaccio, sperimentando quanto può essere scomodo quando si mangia o tastando di continuo il capo per vedere non fosse scivolato, c’è stata la prima resa. Non potevo semplicemente posare una sciarpa sulla testa, dovevo pensare ad acconciarmi prima di uscire dalla camera. Ho comprato le forcine e cercato di copiare le iraniane, non per una questione di vanità, ma per comodità, per essere sicura di essere coperta. Così, invece che stare davanti allo specchio per farmi il trucco mi attardavo a fissare bene i fermagli, fare la piega al velo perché tenesse sulla sommità del capo, incastrare le estremità perché il collo non restasse scoperto.

E al mattino del quarto giorno mi sono guardata allo specchio e HO CAPITO. Ho capito che quel velo era subdolo, era riuscito in maniera strisciante a cambiare la percezione di me stessa. Non c’era più il mio viso, i miei capelli, c’era soltanto lui e la paura di infrangere la legge, il timore di trasgredire, l’obbedienza rinforzata dall’angoscia della possibile punizione. Il gioco è finito. Mi sono sentita imprigionata, ho iniziato a osservare con fastidio i gruppi di uomini soli al ristorante e i crocchi di donne avviluppate nei chador, ho strappato dalla testa il velo al rientro in camera, baciando con passione mio marito, che per tutta la giornata mi ero azzardata soltanto a prendere sottobraccio. Il velo ha agito anche su di lui: infuriato mi manifestava la sua frustrazione nei confronti di una legge che lo faceva sentire “un povero cretino incapace di controllare i suoi impulsi fisici”. A volte è stato lui a togliermi il velo appena sulla soglia della camera: “Non ce la faccio più a vederti così, rivoglio il viso di mia moglie senza questo straccio nero intorno”.

 

Ho tolto il velo appena messo piede in aereo. L’ho strappato con stizza, guardando dritto negli occhi un iraniano, mi sono riappropriata del mio viso nella sua interezza. E ho cominciato a riflettere su quale libertà possa esprimersi nel mortificare il proprio corpo, consapevole che tale mortificazione l’ho percepita talvolta anche nell’abbigliamento discinto e provocatorio di chi quello stesso corpo lo espone il più possibile. Ma rivendico la libertà di scelta. Il corpo è mio e devo poter scegliere. E sarà pur vero che il nostro esibire tacchi alti e minigonne è pur sempre guidato dallo sguardo di un uomo, ma non c’è una legge dello stato che ce lo impone. Anzi, in Gran Bretagna si sta discutendo una legge contro il “dress code” sui posti di lavoro.

E di questa libertà di donna europea sono orgogliosa, pronta a difenderla

EVA’

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